Hervé Grosjean – GrosJean – Intervista

IOBEVOTANTO - Hervé Grosjean - GrosJean - Intervista

Hervé Grosjean – GrosJean – Intervista

La Valle d’Aosta, terra verde e rigogliosa, si sta costruendo con grandi sacrifici una reputazione evidente anche nel campo del vino. Qui le notizie sul vino sono antiche e sempre più frequenti dal Medioevo in poi, con una vocazione a vitigni autoctoni e l’inserimento di varietà internazionali solo in un secondo momento. Le cantine non sono molte, esistono alcune Cooperative che fanno il grosso dei numeri, ma un movimento di cantine nuove o rinnovate sta portando in alto la qualità delle proposte.

GrosJean Vins è indubbiamente uno dei nomi importanti della Valle d’Aosta, l’azienda a conduzione familiare da generazioni si è presa a cuore la materia del vino, andando da una ventina di anni a dettare il passo: il rinnovo della cantina di vinificazione è di inizio degli anni 2000, le varietà coltivate sono molte, pur potendo contare su 15 ettari di proprietà. Ho avuto modo di assaggiare alcune delle proposte di GrosJean e mi è sembrato logico fare due chiacchiere con Hervé Grosjean, responsabile della cantina ed enologo. 

Hervé è persona intellettualmente onesta e non ha fatto mistero delle difficoltà quotidiane di una cantina che si basa sul lavoro incessante e sulla volontà di perfezionamento. Allo stesso tempo Hervé è orgoglioso del lavoro svolto fino ad ora, e i vini che ho assaggiato possono supportare questo aspetto, ben sapendo che l’unione tra singoli sarà la base su cui la Valle d’Aosta si potrà costruire un futuro solido e unico.

Ringrazio Hervé, la cantina GrosJean e Nicolò Balzani che ha facilitato il tutto.

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IBT: Buongiorno Hervé e benvenuto su IoBevoTanto: partiamo subito dall’attualità, come state affrontando questo momento di stasi?

HG: In questi giorni abbiamo la testa occupata tra tutte le attività che stiamo seguendo. Nonostante tutte le difficoltà, abbiamo portato avanti i nostri progetti, ad esempio gli investimenti sui vigneti, prenotazione delle barbatelle, innesti e portainnesto, necessari per la nostra morfologia. Quando si parla di investimenti sui nuovi impianti non possiamo gestire in maniera economica, contando anche che il biologico ci impone di impiantare barbetelloni più lunghi del solito, e pur riuscendo a fare piccole meccanizzazioni, resta un importante lavoro manuale. Quest’anno stiamo piantando due ettari, che per noi è un numero rilevante sui 13/14 ettari di oggi, di cui vedremo i frutti tra 3 o 4 anni. Questi investimenti ci daranno una mano in più tra qualche anno.

Stiamo allargando le vigne Rovettaz e abbiamo piantato pinot nero e gamay in due impianti nuovi, due vitigni che hanno fatto la storia della nostra viticoltura, vitigni che il nonno ha piantato negli anni ’60. Sono due varietà di uva che maturano bene mantenendo un’adeguata freschezza nel nostro clima.

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IBT: Osservando il vostro sito ho notato un numero elevato dei vini: come è possibile gestire tutte queste etichette pur avendo pochi ettari?

HG: É una conseguenza dello sviluppo della nostra azienda: siamo nati con varietà internazionali, quindi pinot nero e gamay, sposando forse meno lo chardonnay che è comunque rilevante. Negli anni ’90 e ‘2000 sono state riscoperte varietà autoctone come Premetta, Fumin e altre: alcune sono state abbandonate mentre altre sono state mantenute. 

In un secondo momento sono nate le bollicine, ci mancava un metodo Classico e volevamo un tappo a fungo nella nostra gamma, riuscendo a gestire internamente tutte le operazioni, per cui abbiamo provato e siamo contenti del risultato raggiunto. 

Abbiamo anche un Metodo Classico a base Pinot Nero 100% che è ancora a riposo in cantina. Il numero di vini è proporzionale alla voglia di fare e di provare, oltre alla soddisfazione del cliente che ci chiede spesso nuove declinazioni dei vini della Valle d’Aosta.

Parliamo ad esempio dello chardonnay: molti clienti ce lo hanno richiesto perché facilmente confrontabile in termini organolettici con gli altri chardonnay del mondo, in passato abbiamo puntato molto sul Petit Arvine, ma quando il cliente insiste su questo aspetto, è ovvio pensare di poter accontentare la clientela cercando anche di fare un prodotto di qualità, grazie ovviamente al terroir che abbiamo per questa uva.

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IBT: perché il consumatore medio, di fronte a uno chardonnay con prerogative pari ad altri terroir mondiali (penso ai vini della Borgogna) dovrebbe preferire la Valle d’Aosta a un nome altisonante che dà maggiori garanzie a livello di immagine?

HG: La nostra sfida è far capire ai nostri clienti e appassionati che, oltre ad avere la fortuna di avere un clima fantastico e oltre ai grandi formaggi, abbiamo la capacità di creare ottimi vini, il che è anche una sfida personale e della cantina, con le scelte che facciamo ogni anno. 

Il nostro pensiero è: loro si ritengono i migliori al mondo, e con tutta probabilità lo sono, ma anche noi, pur non volendo scimmiottare uno stile ma seguendo le caratteristiche del nostro terroir, possiamo portarci a casa grandi soddisfazioni. Assaggiandoli alla cieca, magari con professionisti con lunghe esperienze degustative, ci siamo presi belle soddisfazioni, ed è per questo che noi cerchiamo il confronto, avendo dalla nostra un vino idetificativo del territorio, con freschezza, mineralità e bevibilità, ovvero caratteristiche che in questo momento sta cercando il cliente. Questo può soddisfare anche chi entra nel mondo del vino, che sia un grande nome oppure un terroir in pieno sviluppo come il nostro, la nostra Valle d’Aosta. Il nostro potenziale e la nostra capacità ci permettono di tirare fuori qualcosa di molto elegante e che può essere comparato a grandi nomi, mantenendo la nostra personalità del terreno che abbiamo. Noi non abbiamo argilla, ad esempio. Il concetto che abbiamo noi non è “faccio un grande vino della Borgogna”, ma “faccio un grande vino della Valle d’Aosta”.

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IBT: Vedo sul sito tante persone, un discorso di famiglia, di gruppo, un’unione per una missione. Come si fa a gestire questo numero di familiari?

HG: I nostri genitori ci hanno insegnato molto con i fatti, tralasciando un po’ le parole. 

Negli anni 2000 abbiamo avuto un periodo molto difficile: abbiamo costruito la nostra prima grande cantina, quella che abbiamo ancora oggi, con oltre mille metri quadri disponibili per lavorare. Un grande investimento, i nostri genitori avevano 45/50 anni ma abbiamo avuto un grande problema di chimica: pur avendo strutture all’avanguardia la prima vendemmia nella cantina nuova ci ha regalato un vino perfetto in cantina, ma uscendo dalla cantina il sapore di tappo era evidente. Di tutti i vini, sia legno sia vetroresina sia acciaio. 

Abbiamo subito indagato sui tappi, virando sui tappi di plastica, ma il vino ha continuato a sapere di tappo. Tutta la vendemmia è stata portata interamente in acetificio, abbiamo perso credibilità con clienti che si fidavano della nostra qualità. Un investimento gravoso per cinque fratelli e quindi la prima vendemmia è stata vanificata. 

L’annata successiva abbiamo fatto tantissime analisi su ogni dettaglio della cantina. Dopo 24 mesi di tortura, con una vendemmia e mezza buttata via, siamo riusciti a capire, grazie a un passaparola che ci ha condotti a un centro di analisi di Bordeaux, che la guarnizione dei nostri neon della cantina era ignifuga e quando il neon scalda rilascia il tribromofenolo, molecola attratta dal ferro, per cui veniva condotta nella cantina praticamente ovunque. 

Pur avendo io all’epoca dodici anni e non essendo per nulla inserito nelle dinamiche della cantina, ho visto i volti scuri dei nostri genitori, con la preoccupazione incalzante di veder rovinato il lavoro non solo di due vendemmie ma delle generazioni precedenti.

Nonostante questo sono rimasti uniti, pur avendo un debito enorme e cercando di fare tutto in famiglia, un momento che la nostra famiglia Grosjean ha superato alla grande e che anzi ci ha resi più forti, unendoci tra di noi dicendo “se ci sono riusciti loro in quel momento tragico, allora noi dobbiamo farcela”. Noi cugini e nipoti siamo vicini e siamo tutti malati del nostro lavoro, un elemento che abbiamo allargato ai dipendenti, che non si sentono numeri né oggetti, ma parte integrante della cantina.

Quello che ci siamo sempre detti è che pur facendo parte della stessa famiglia, sul posto di lavoro questa parentela viene a mancare proprio per scindere le due sfere, quella familiare e quella lavorativa. L’importante è fare il bene e l’interesse della nostra cantina e di GrosJean.

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IBT: Cosa ha portato il tuo studio presso l’università di Alba nel vostro territorio, che è in realtà distante dal vostro?

HG: Ho un piccolo rammarico di non avere fatto grandi esperienze all’estero, pur avendo stage impegnativi in grandi aziende (Luciano Sandrone a Barolo) ed è una parte formativa al massimo, conoscendo gli sforzi e gli investimenti in zone diverse dalla nostra. Mi ha dato la misura degli investimenti necessari, il fatto di vivere ad Alba (Intimissimi aveva capi intimi appoggiati su una bottiglia di vino, una cosa che mi ha stupito da subito), la Banca di Alba ha come simbolo l’uva, per non parlare della vendemmia e del tartufo, con una dedizione senza pari. Fa anche capire quanto ancora ci sia da fare per valorizzare il nostro piccolo territorio, e allo stesso modo non dobbiamo ignorare le evoluzioni quotidiane del nostro settore.

IBT: Come si fa a far capire a uno straniero dove è la Valle d’Aosta e perché si deve assaggiare questa tipologia di vini che racconta tanto del territorio?

HG: Abbiamo la grande fortuna di avere il Cervino e il Monte Bianco, riconosciuti a livello mondiale, e noi siamo in mezzo a questi punti cardinali. La localizzazione è dunque legata a queste due montagne, quando riusciamo ad agganciarci a questa linea il più è fatto e abbiamo spiegato dove siamo. Dopo 20/30 anni questo lavoro sta iniziando a far vedere i primi frutti con appassionati da tutto il mondo che vengono a trovarci e magari conoscendo qualcosa del nostro territorio. Dobbiamo però continuare a lavorare su questo, la montagna ci accomuna a Trentino e Alto Adige, ma abbiamo due climi completamente diversi: noi abbiamo un clima molto secco, tanto che da un paio d’anni siamo più aridi della Calabria secondo le statistiche, nonostante le dighe ci diano un continuo flusso di acqua. La Valle d’Aosta produce 2,5mln di bottiglie e abbiamo bisogno di farle girare in tutto il mondo, ma resta molto difficile, per ora, far capire dove siamo e quali sono le caratteristiche del nostro territorio.

Faccio parte anche della VIVAL (Associazione Viticoltori della Valle d’Aosta) e nei prossimi due anni proveremo a creare un Consorzio di Tutela che al momento manca.

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IBT: C’è un movimento di orgoglio tra voi agricoltori che sta cercando di collaborare?

HG: La collaborazione c’è ma ovviamente non con tutti, ognuno ha il proprio carattere, ma si cerca comunque di collaborare aiutando le piccole aziende, minori della nostra, con gruppi di acquisto per esempio relativi al packaging e altro, cercando di fare rete il più possibile. Lo spirito della VIVAL è quello, ovvero mettere insieme cooperative e privati, evitando le distinzioni tra le due categorie, lo step successivo sarà il Consorzio, per ampliare il livello mediatico della nostra Regione e dei nostri vini. Ci crediamo molto e speriamo di avere ragione, volendo unire la totalità delle cantine per fare un salto di qualità, rispetto al livello attuale che non ci permette di sviluppare progetti più importanti, parlando anche di fondi europei e altro.

IBT: In un territorio ancora tutto da scoprire c’è spazio per nuove aziende?

HG: Assolutamente sì, negli ultimi anni sono nate 15/20 aziende, micro aziende che producono poche migliaia di bottiglie (alcune addirittura 500 bottiglie). Un altro progetto che abbiamo messo in piedi tre anni fa è il progetto Giovani Vigneron, mettendo insieme grandi aziende a piccole e nuove entità, avendo anche il fattore generazionale dalla nostra, avendo tutti meno di quarant’anni. É un lavoro che stiamo proseguendo anche con i ristoratori di zona.

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IBT: In che mercati si muove GrosJean?

HG: Negli ultimi 5/6 anni abbiamo differenziato molto il nostro mercato, dandoci una mano anche oggi con il COVID: 35% abbondante in Valle d’Aosta, grazie alla ricchezza del turismo e alla nostra volontà di rimanere ancorati al nostro territorio. L’Italia sta crescendo bene come mercato, da un 2/3% di qualche anno fa a circa il 10/15% di oggi, dato che ci rende orgogliosi del nostro lavoro. Un altro mercato importante è rappresentato dagli Stati Uniti, abbiamo una collaborazione con un importatore ormai storico che è ormai uno di noi. Un altro mercato fondamentale è il Giappone, dove lavoriamo da anni, ma anche il Canada, il Sud America un po’ a spot, Australia, Nuova Zelanda e Cina. Dalla Francia e dalla Svizzera abbiamo cliente che vengono a trovarci di persona e questo ci fa davvero piacere.

La grande differenziazione ci sta aiutando molto.

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IBT: Abbiamo parlato di Nuova Zelanda: come si confronta, ad esempio, un vostro Chardonnay o Pinot Nero, con le caratteristiche proprie del terroir (finezza, mineralità, verticalità) con un esponente di quei territori, con grande potenza e importanza gustativa?

HG: Questo si deve alla curiosità dentro ciascuno di noi: tutti noi siamo un po’ ficcanaso e grazie a proprietari di enoteche e importatori c’è la possibilità di spaziare tra vini di tutto il mondo, fatto salvo che va premiato il vino del territorio. Per noi è anche più facile proporrci in quel territorio proprio perché le caratteristiche del nostro vino sono opposte a quelle dei vini della zona, e inoltre in questo momento storico il consumatore medio sta cercando la nostra tipologia di vino, ovvero freschezza, leggerezza, mineralità, un vino snello che 25/30 anni fa non era nemmeno preso in considerazione, con la parte del legno prevaricante. É un cambio di cultura che prosegue da qualche anno. Anche per il riscaldamento globale noi abbiamo la fortuna di poter sfruttare l’altezza dei nostri monti, potendo elevare le vigne di altri 100/150 metri in altitudine.

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IBT: Quali sono i vini che bevi di solito, da un punto di vista didattico e invece del puro piacere?

HG: Personalmente sono un grande ammalato di pinot nero (come tutti ndr.), un vino che mi può dare tutto: eleganza, gentilezza, longevità e piacere. L’evoluzione della cantina (con i due Pinot Nero in commercio più forse un terzo e le bolle 100%) segue anche questa mia passione, che poi ho ereditato da mio nonno che nel 1968 piantò proprio questa uva in tempi non sospetti. É il vino più difficile da produrre, rimane sempre vivo lungo tutto l’anno di vinificazione con sbalzi di umore anche settimanali, dandoci spesso grattacapi e preoccupazioni importanti.

Mi sto innamorando di un’altra uva mitica, con cui stiamo facendo alcune prove, ovvero il Nebbiolo: avendo vissuto tre anni nelle Langhe questa uva fa parte della mia cultura, molto versatile anche in rosé senza parlare dei grandi vini rossi importanti. 

A tal proposito Rudy Sandi ha scritto un bellissimo libro, avendo trascritto un libro di tanti anni fa di Lorenzo Gatta, storico ampelografo del ‘1800: una riscrittura aggiornando le biografie e schede ampelografiche. Nel 1850, quando si parlava di 3500 ettari rispetto ai 450 di oggi, si parlava di un vino chiamato chiaretto, clairet, e Lorenzo Gatta ci ha tramandato la ricetta (80% picotendro e 20% leggermente passito di neiret). All’epoca dunque la varietà più coltivata a Chambave, nella zona entrale della Valle d’Aosta era il nebbiolo, non a pergola ma a filare. Questo episodio mi sta stuzzicando parecchio e stiamo cercando di riprodurre questo clairet che risale a quasi 200 anni fa. 

Nel prossimo futuro vogliamo creare questo clairet evitando di agganciarci al nome del vitigno Nebbiolo, avendo un vino atipico con meno tannino rispetto al fratello piemontese. Vedremo dove ci porterà questa strada, ma sono contento di poter lavorare in una cantina che si pone sempre sfide inedite.

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GrosJean Vins
Frazione Ollignan 2 – Quart (Aosta)
info@grosjeanvins.it
www.grosjeanvins.it

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