NICOLA NUMEROSO – I BORBONI – INTERVISTA

NICOLA NUMEROSO - I BORBONI - INTERVISTA

NICOLA NUMEROSO – I BORBONI – INTERVISTA

Scrivo questa introduzione a qualche settimana dalla lunga telefonata con Nicola Numeroso, un ragazzo del 1995 con la saggezza di chi ha una missione da compiere. Parleremo più avanti di ossessione, di storia, di territorio, ma credo che Missione sia la parola più adatta a indicare il lavoro di Nicola e famiglia. Dopo la perdita del padre, è lo zio Carlo a prendere le redini della cantina I Borboni, unica cantina ad aver sempre mantenuto viva la fiamma dell’Asprinio di Aversa, delle alberate, della vite maritata e della fama che spero si stia consolidando dietro questa grande uva del Sud. Nicola ha anche la calma olimpica di chi, in prima persona o per discorsi tramandati, ha già visto tanto nelle cinque generazioni che lo precedono: una lotta contro tutti per affermare la priorità di questa uva in un mondo in cui il tempo sembra non essere più un valore ma solo una merce, acquistabile come tante altre. Per fortuna c’è qualcuno che non è d’accordo. Lunga vita all’Asprinio di Aversa.

IBT: Buongiorno Nicola: partiamo subito dalla tutela dell’Asprinio?

NN: La tutela dell’Asprinio di Aversa è dovuta alle origini della famiglia, ovvero origini contadine, ed è un’eredità di tutte le generazioni che mi hanno preceduto. Molte cantine hanno abbandonato, negli anni ‘90 eravamo l’unica azienda di Asprinio presente sul mercato e, se da una parte potrebbe sembrare una posizione auspicabile, dall’altro porta ad avere un impatto sul mercato pari a zero. Negli ultimi venti anni c’è stata una discreta collaborazione tra cantine e anche il comportamento etico è da sottolineare come migliorato. Alcuni hanno preferito orientarsi sui grandi numeri e su alti volumi di produzione (anche grazie a finanziamenti pubblici). Altri invece, come noi, stanno perseguendo una strada differente.

Voglio sottolineare anche come l’Asprinio abbia avuto un passato glorioso e soltanto oggi ci stiamo riprendendo, si sono fatti passi da gigante e stiamo intuendo quanto la collaborazione porti giovamento a tutti. Dare un’immagine positiva del proprio territorio, al di là della singola cantina, serve anche a creare interesse in chi viene da fuori.

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IBT: La coltivazione di quest’uva è tradizionalmente legata alle alberate, alla vite maritata: puoi darci i dettagli?

NN: Fino a 30/40 anni l’unica forma di allevamento era l’alberata, una conformazione data dagli Etruschi nel III°/II° secolo avanti Cristo. I Romani trovarono l’Asprinio nei loro viaggi in Grecia e nel Mediterraneo, questa uva riuscì ad attecchire a Tufo e ad Aversa dando vita a due vitigni separati ma vicini geneticamente (parliamo di duemila anni fa), il Greco di Tufo su territorio vulcanico e il nostro Asprinio nell’agro aversano. La vigorosità innata del vitigno ha portato all’alberata aversana.

IBT: Come si configura questa alberata aversana?

NN: Molto semplice: allevamento a spalliera con, al posto di tutori “morti”, dei tutori vivi, ovvero alberi di pioppo o olmo di circa venti metri (l’olmo ha una crescita più veloce). Parliamo di una vite che produce duecento/duecentoventi di chili di uva e la cui perdita è un evento tragico, essendo viti con due o trecento anni sulle spalle, ancora a piede franco. 

Noi le conosciamo per nome, sappiamo quanto producono e che uva possiamo sperare di ottenere da ogni singola pianta. Pensare di avvicinarsi e prendersi cura di una pianta che ha sicuramente visto molto di più di quanto potrà vedere una vita umana è qualcosa di singolare e di intenso da percepire. Inoltre, i tutori vanno curati e vengono tirati cavi e funi tra tutori su cui le nostre piante si arrampicano, arrivando a coprire 200/250 metri quadri: uno spettacolo incredibile da concepire fino a quando non si vedono nella realtà o in fotografia. Un muro vivente di erba, impossibile da vedere altrove.

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IBT: Ma perchè proprio l’Asprinio? Non sarebbe meglio un bello chardonnay che sta bene su tutto?

NN: Regolarmente qualcuno in famiglia, agronomi o enologi ha detto che avremmo dovuto espiantare l’Asprinio per sostituirlo con chardonnay, merlot, etc, perchè l’Asprinio non sarebbe mai stato apprezzato. Per fortuna siamo riusciti a sopravvivere fino a oggi anche se le difficoltà sono state molte: la grandezza della pianta mantiene la percentuale zuccherina bassa e di conseguenza la gradazione rimane bassa. L’asprinio era usato come uva da taglio o comunque un vino fresco, di pronta beva, come vino della casa.

All’inizio degli anni ‘70 la mia famiglia decise di smettere di vendere l’uva (la vendevamo per fare brandy nazionali e pure internazionali): mio nonno fece qualche esperimento sulle uve con il proprietario della Buton, un amico di famiglia e nostro acquirente, il quale gli consigliò di spumantizzare l’Asprinio e se possibile di ridurre la produzione per singola pianta. Oggi gli impianti nuovi non sono più a ventaglio e l’altezza è ridotta, ottenendo meno uva con un contenuto zuccherino più elevato, dando vini con un’ottica completamente diversa. Dopo una decina d’anni abbiamo pensato anche di produrre vini fermi, come stiamo facendo oggi, sempre nell’ottica di migliorare.

La prima bottiglia di Metodo Martinotti a base Asprinio è del 1983, per cui una decina di anni di esperimenti e test. Il riscontro positivo del mercato ci ha permesso di continuare, ma in quel periodo lo Stato emanò un Decreto Legge per l’abbattimento delle alberate: in pratica, durante una crisi socio-economica del nostro territorio causata dalla criminalità organizzata, il governo pensò bene di ridurre il peso della nostra forma di agricoltura perché ritenuta inutile ai fini dell’investimento economico per il futuro in favore dell’edilizia. Oggi il nostro paesaggio urbano è un agglomerato di case senza divisione tra paese e paese, 360.000 abitanti in un’unica immensa cittadina, rischiando anche di perdere per sempre l’Asprinio.

La nostra fortuna fu di aver prodotto un vino fatto e finito dalle nostre uve.

Un piccolo aneddoto: si racconta che l’alberata servisse anche come forma di difesa dalle invasioni dal mare, ovviamente secoli fa: le alberate erano molto più diffuse, oggi parliamo di circa 5 ettari di cui 2 di nostro possesso. All’epoca erano quattrocento ettari, dando proprio un’altra forma al territorio in cui vivo. Mantenere l’Asprinio è anche ricordarsi di tutto ciò che è successo nella nostra Storia.

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IBT: Come è possibile resistere alla fillossera?

NN: Possiamo giustificare la resistenza alla fillossera in quanto il nostro suolo è sabbioso di origine vulcanica. Siamo nel comune di San Giuliano a pochi chilometri dal mare, su una zona chiamata Ischitella, a quaranta metri sul livello del mare. 

IBT: Ma perchè l’alberata?

NN: Credo che la causa sia il nostro passato contadino: secoli fa il territorio era suddiviso tra piccoli appezzamenti, per cui, volendo produrre anche vino, le famiglie contadine furono costrette a utilizzare questo metodo antico: tra i vari filari, tra i muri verdi di cui abbiamo parlato prima, era possibile piantare altre coltivazioni per il fabbisogno della famiglia proprietaria dell’appezzamento su cui vivevano le alberate. Non solo insalata dell’orto, ma anche alberi da frutto, noci, pesche, zucche: un po’ di tutto.

IBT: Torniamo ora alle vostre produzioni: la gamma è piuttosto completa. Come avete ampliato?

NN: Gli esperimenti di vinificazione ci portarono a uscire nel 1986 con il primo vino fermo, l’antenato del nostro Vite Maritata, vini nati in altre cantine perchè non avevamo una cantina di proprietà. Mio padre e mio zio recuperarono la vecchia casa di famiglia e ci costruirono una cantina di vinificazione, dove ancora oggi facciamo i nostri vini. La casa era provvista anche di grotte di tufo a 15 metri di profondità, dove oggi affiniamo i nostri prodotti. Ci tengo a sottolineare che non abbiamo sfruttato alcun aiuto statale, dando il via poi a debiti che per fortuna si sono risolti.

IBT: Abbiamo parlato della vostra Storia, ma come si può pensare alla vostra unicità?

NN: La nostra storia è unica perché noi non ce ne siamo mai andati, ed è stato sempre difficile, anche oggi. Noi non facciamo il nostro lavoro per guadagnare, la nostra è una missione, anche se facciamo fatica e non otteniamo i risultati, andiamo avanti, perché è qualcosa che sentiamo nel cuore. Ci commuove parlarne e non smetteremo mai. Potremmo parlare di un’ossessione? Credo di sì. Smettere sarebbe come eliminare la storia di un territorio e della mia famiglia. Abbiamo una responsabilità nei confronti di chi ci ha preceduto (tra cui mio padre, che non è più tra noi) e di chi verrà dopo di noi. Il futuro, insomma.

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IBT: Come siete organizzati a livello di mercato?

NN: La logica che la nostra cantina adopera è chiara: noi produciamo circa 80.000 bottiglie all’anno e sarebbe facile per noi disperderle in giro per il mondo. Non saremmo che una goccia nel mare, ma probabilmente non avremmo nessun impatto sul futuro del nostro territorio. Per questo stiamo cercando di essere forti e conosciuti nel nostro mercato di appartenenza, per poi guardare lentamente all’estero. L’asprinio si beve in Campania, per fortuna, ma anche Lombardia, Toscana, Piemonte, Roma. Insomma, siamo trasversali anche in realtà in cui il vino ha una storia ben più completa della nostra. Dobbiamo pensare che la storia del vino campano moderno come la possiamo pensare oggi è recente, risale a una cinquantina di anni fa. Le proprietà organolettiche dell’Asprinio lo rendono meno appetibile, meno facile, per cui c’è bisogno di un palato allenato per la nostra freschezza, pulizia, decisione e dolcezza assente. Sapido, ecco, ovvero una caratteristica che cercano i bevitori esperti.

IBT: Potremmo parlare di Loira?

NN: Certamente, ma anche di Riesling per quanto riguarda il nostro Santa Patena, un vino che cresce negli anni e che sviluppa una parte di idrocarburi non da sottovalutare. Un vitigno che ha grandi prestazioni e che, oltre all’alberata, è un’uva molto versatile e anzi non abbiamo ancora visto tutte le sue potenzialità. Questo è il punto che mi preme sottolineare, al di là della storia: l’Asprinio è un’uva eccezionale.

IBT: Avete in previsione un Metodo Classico?

NN: Il Metodo Classico è oggi molto richiesto dal mercato e prima di qualche anno fa eravamo fermi nel mantenere il Metodo Martinotti come fondamentale nella nostra cantina. L’evoluzione del Metodo Classico è differente, e dal 2018 abbiamo iniziato a fare qualche piccolo esperimento, partendo dalla tecnica che utilizziamo per il Santa Patena, ovvero batonnage per un anno. Credo che la sboccatura avverrà tra maggio e ottobre 2021, provando poi ad allungare gli affinamenti: è pur sempre un esperimento. Abbiamo anche qualcos’altro in mente, vedremo. Questo anche per dare più possibilità al consumatore di scegliere senza fermarsi al gusto personale di chi gestisce la cantina.

Un enorme ringraziamento a Nicola per il suo tempo e concludo con la speranza che l’Asprinio abbia maggiore impatto sul mondo vitivinicolo italiano. Siamo tutti debitori.

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