Franco Sosol – Il Carpino – Intervista

Conosco Il Carpino per caso, ho comprato una bottiglia in mezzo a tante altre, un nome buttato lì da un amico enotecario (Mauro Risso di Parlapà, la migliore enoteca di Torino ndr.). Prova Il Carpino, mi dice: lo proverò, rispondo.
Siamo in Friuli Venezia Giulia, o meglio nel Collio più vicino alla Slovenia, quella Brda che dà lezioni di bianchi a tutta Italia. Da qui è partita qualche anno fa la progressiva macerazione di tante uve dello Stivale, da quel Josko Gravner che non nominare è impossibile, tanto che lo nominano soprattutto i vicini di casa, tra cui Franco Sosol, titolare della cantina Il Carpino. Al secondo vino assaggiato, dopo i convenevoli di rito su Instagram, chiedo ad Anna, la moglie di Franco, una intervista con il marito.
A me piace andare a fondo negli argomenti, leggere – studiare – ascoltare. Avere a che fare con Franco dà il senso del tempo in questa agricoltura tutta particolare, una delle poche in cui il risultato può superare di molto la somma delle fatiche dell’anno in campagna.
Franco mette le mani avanti: “sa, il mio è più un racconto che altro…Io sono un contadino che non ha studiato né agraria né enologia ma che si è fatto sul campo, come si dice. Con tante esperienze e tanti errori. Dopo 35 vendemmie  e con un attento  lavoro di vigna dove le viti le curi e le conosci una ad una, dove interpreti o cerchi di interpretare l’annata al meglio, quando le uve  al momento della raccolta sono sane e mature, si può iniziare a dire che si è iniziato a capire  qualcosa di vino: il vino si fa in vigna!

IBT: Il Carpino ha una storia di poco più di trent’anni: come è cambiata la vostra filosofia in questo periodo?

FS: E’ vero, noi nasciamo con il nostro marchio e con la prima etichetta nel 1987, ma è comunque vero che proveniamo da famiglie contadine, dove abbiamo sempre respirato terra e natura, però la consapevolezza di essere i custodi del nostro territorio e di capirne l’importanza di esso e di tutto ciò che ne concerne l’abbiamo interiorizzata sempre di più con il passare del tempo. Insieme alla nostra crescita mentale è cambiato molto anche il modo di fare vino: siamo passati da una filosofia improntata sul dover avere a tutti i costi vini “commerciali”, vini tecnici, a fare i vini come piacciono a noi e a come il nostro territorio lo permette cercando di non “snaturarli”.

Quindi dalla rincorsa di quanto era francese, come barbatelle e barriques, e dalle vinificazioni in bianco facendo pressature soffici per estrarre solo il mosto fiore,  ora utilizziamo solo botti grandi, come del resto è tradizione in Collio, sia per i vini rossi che per i bianchi macerati, come utilizziamo anche  l’acciaio per i vini cosiddetti freschi, sebbene anche essi subiscano una breve macerazione sulle bucce.

IBT: Siete a pochi chilometri dal confine sloveno: quali sono le influenze di questo stato nella vostra quotidianità di cantina?

FS: Siamo proprio a ridosso con il confine sloveno e noi stessi siamo di madrelingua slovena. Non ci sono influenze né in negativo nè in positivo per cui non percepiamo alcun riflesso. I rapporti con i produttori sloveni sono distesi e spesso  di scambio di idee nonché di collaborazione. Brda, tradotto sarebbe Collio in sloveno, non è altro che la continuazione del nostro Collio, con un territorio che ha le stesse caratteristiche del nostro e dove per certi versi forse gran parte dei produttori  hanno capito già da tempo l’importanza di esso.

IBT: Da dove proviene la scelta della lunga macerazione di parte dei vostri vini?

FS: La macerazione non è altro che un ritorno al passato. E’ vero che la patria dove è nata la lunga macerazione è la Georgia e da lì questa pratica si è estesa un po’ ovunque, tra cui anche nel Collio. I nostri contadini maceravano da sempre le uve anche perché era l’unico modo di vinificazione che conoscevano; poi questa pratica è stata interrotta con l’avvento dell’enologia moderna e ripresa negli anni Novanta, come tutti sanno con Gravner e Radikon. La macerazione quindi non è altro che una ripresa delle vecchie tradizioni, però deve esserci la consapevolezza da parte del produttore che non tutte le uve sono adatte alla lunga macerazione.
A seconda dell’uva ma soprattutto a seconda delle scelte individuali si definiscono i tempi di macerazione. La macerazione inizia con un accurato lavoro in vigna coltivando uve sanissime che devono essere raccolte a completa maturazione del vinacciolo, che vengono trasformate attraverso una fermentazione naturale, quindi senza aggiunta di lieviti selezionati così da ottenere vini di grande carattere. Dopo un periodo di affinamento in botti di legno vengono imbottigliati senza filtrazione e poi lasciati maturare in bottiglia il tempo necessario. Fare un vino macerato richiede lunghi tempi di attesa, richiede pazienza da parte del produttore, sin da quando si pianta la vite avendo la consapevolezza di dover  aspettare anni prima che il frutto sia adatto alla macerazione, richiede tempi di raccolta giusti dettati dalla maturità del seme e poi tempi di attesa altrettanto lunghi prima di mettere il vino sul mercato affinché il vino possa trasmettere emozione e piacevolezza.

IBT: La Ribolla Gialla sta conoscendo una fase di grande sviluppo e ottimi riscontri, con tanti grandi interpreti. Quale è il vostro rapporto con questa uva?

FS: La ribolla ha trovato nel Collio il suo habitat naturale e in questi anni abbiamo tutti imparato a vinificarla. La forza del Collio è data proprio dalla ribolla, vitigno autoctono per eccellenza in Collio.

La ribolla è l’espressione della nostra terra, è un’uva che cresce a San Floriano e a Oslavia da mille anni, anche se durante la Prima Guerra Mondiale tutti i vigneti sono andati distrutti insieme alle case e a tutto il resto, ma poi negli anni ’70 è stata di nuovo riscoperta e reimpiantata. La nostra è una zona collinare, dotata di un clima favorevole alla coltivazione della ribolla. La ribolla è un’uva che non si adatta ad ogni clima e neanche a tutte le zone. Si adatta alla collina alta esposta a sud e sud-ovest, esige terreni con pendenza e con forte presenza di marna, ovvero di ponca.

La ponca si presenta in profondità sotto forma di pietra, di roccia che appena in superficie con il contatto con il sole e la pioggia si sgretola e ritorna all’origine, cioè ad un terreno molle, ricco di microorganismi utili alla vite. La ponca ha un’alta percentuale di scheletro che permette alla pianta di spingere in profondità le radici e di assimilare tutto ciò di cui ha bisogno. La ribolla ha bisogno di tutto ciò, terreno e clima, ma anche di tanta cura in vigna in quanto molto vigorosa, specie in età giovanile. E’ un’uva che deve soffrire sin da giovane, ma che mantiene la sua freschezza sempre, anche dopo 20 anni di bottiglia.

Spesso qualcuno dice che la ribolla è un vino difficile da capire, da interpretare, ma secondo me chi beve la ribolla deve anche conoscere il produttore perché ogni vino assomiglia a colui che lo produce, e quando si capisce il produttore si capisce anche il vino. Io credo che nel nostro vino si capisca tutto l’amore che io ma che anche tutti noi di Oslavia proviamo per questa uva e in un certo senso rispecchia tutti noi produttori della ribolla, un poco burberi e ostici, che possiamo piacere oppure no.  La ribolla è il vino che mi fa battere il cuore e capisco subito se chi la sta bevendo prova piacere o meno. Con questo non voglio dire  che debba piacere per forza  a tutti, anche perché è un vino difficile da interpretare e da capire.

La ribolla si presta a varie interpretazioni, dalla spumantizzazione a un vino fresco e a un vino da invecchiamento. Quando è giovane, filtrata e chiarificata, perde il 30% del suo carattere,  diventa il vino dal bel colore giallo paglierino, leggermente acidulo e astringente, pulito e immediato,  anche intrigante ma con poca personalità. Un vino che può essere consumato come aperitivo ma anche accompagnato a dei primi piatti.  La ribolla fresca è comunque un vino che  in questi ultimi anni sta segnando i tempi, sta dettando le mode.

Quando invece parliamo di ribolla invecchiata, older, nel nostro caso si parla di ribolla macerata o come si usa dire adesso orange. La ribolla orange è il risultato di una lunga macerazione del mosto a contatto con le bucce e oltre a rilasciare il colore rilascia anche tannini, aromaticità e sentori di frutta matura e talvolta anche frutta secca. La ribolla si presta bene alla macerazione grazie alla buccia spessa, è fondamentale che l’uva sia matura e perfettamente sana perché solo così si completa la sua componente aromatica.

La ribolla macerata diventa un vino con grande forza, un vino integro, con una potente carica di tannini. La ribolla orange è come un ritorno al passato ma in tempi moderni.

La  ribolla macerata potrebbe anche diventare un trend più che una filosofia e magari può essere che lo stia già diventando, in ogni caso la tendenza adesso è chiara, la ribolla sta prendendo il sopravvento sugli altri vini, ma io mi chiedo: sarà questo il futuro per tutti i produttori di ribolla o solo per quelli che la sanno interpretare per quello che è, con i suoi limiti e le sue esigenze?

Potrà essere prodotta con buoni risultati dappertutto o solo dove riconosce il “suo” territorio, dove il produttore la conosce a fondo e dove la pratica di vinificazione è legata alla tradizione?

Concludendo, la ribolla non può essere prodotta ovunque e per quanto ci riguarda anche noi dobbiamo limitare la produzione solamente in zone più adatte, perché se l’esposizione non è buona allora nemmeno il vino sarà dei migliori, sebbene sia il vino del futuro.

La nostra vigna di ribolla è posta a circa 200 metri sul livello del mare, posta su terrazzamenti perché il suolo è ripido. Sono vigne di circa 40 anni. L’allevamento è a guyot, 5500 ceppi per ettaro e la vendemmia si svolge tra la fine di settembre e la metà di ottobre, inutile dirlo manualmente. La vinificazione si svolge in tini aperti, tini da 15/20 hl. Prima ha luogo la fermentazione alcolica in modo del tutto naturale senza aggiunta di lieviti selezionati, ma sfruttando i lieviti indigeni, come anche quelli che si sono selezionati in cantina, poi ha luogo la fermentazione malolattica. Dopo la fermentazione malolattica, ciclo che dura oltre 60  giorni, il vino viene invecchiato in fusti di rovere francese di 17 ettolitri per due anni.

Questo lungo periodo di affinamento permette al vino di organizzare tutti gli elementi che ha estratto durante la macerazione e di portare al vino un equilibrio di tutti gli aromi che sono stati estratti.

Segue l’imbottigliamento e poi la permanenza in bottiglia prima di uscire sul mercato per tutto il tempo necessario, che può essere dai 2 anni ai 4 o 5 anni.

IBT: In quale Paese i vostri vini sono più apprezzati?

FS: Non si può parlare tanto di paesi quanto di persone, dove l’interlocutore è una persona che capisce i nostri vini ed è capace di trasmettere la nostra filosofia, diventa più semplice per tutti, però la prima battuta spetta a noi, perché siamo noi che dobbiamo farci conoscere ed apprezzare e poi il nostro messaggio viene trasmesso di conseguenza.

In ogni caso vediamo che siamo più apprezzati fuori Europa, forse perché l’europeo (come anche l’italiano) non si dedica troppo alla conoscenza di vini non convenzionali o anche forse più legato a nomi importanti. Naturalmente questo è inteso in senso generale, perché di appassionati sia nella ristorazione che non ne abbiamo tanti, ma forse non ancora abbastanza.

IBT: In quale Paese avete incontrato gli appassionati più curiosi e più preparati?

FS: indubbiamente i più curiosi e i più preparati sono gli asiatici, in quanto prima di approcciarsi ad un vino che non conoscono fanno le dovute ricerche e opportuni assaggi, però la macchia di curiosità si sta allargando sempre più, un po’ ovunque.

IBT: Come pensa che si evolverà il mondo del vino italiano nei prossimi trent’anni?

FS: Difficile da dire, noi ci auguriamo che il vignaiolo si concentri sempre di più sui vini del territorio e sul fare vini che non siano troppo modaioli. Credo però che la predisposizione sarà di coltivare per lo più vitigni autoctoni, quelli che i nostri vecchi avevano già individuato ma che noi non abbiamo capito sin dal principio.

IBT: Cosa vuol dire essere agricoltori nel Collio?

FS: Noi siamo in una terra difficile, dove abbiamo imparato nei secoli ad adattarci a tante influenze culturali e linguistiche perché abbiamo avuto diversi invasori e i confini sono stati spostati più volte. In una terra difficile anche fare l’agricoltore è difficile: per prima cosa bisogna amare e capire il proprio territorio, accettare tutte le sue difficoltà come le nostre colline impervie ed adattarci noi al territorio e non viceversa, altrimenti i risultati saranno negativi. Noi siamo contadini  e il nostro compito, oltre a far conoscere il nostro vino, sta nel volere e dovere comunicare il nostro Collio, il nostro sole,  l’amore per la terra, raccontare delle nostre colline  e delle difficoltà che ci sono a fare il vino, ma più che fare il vino le difficoltà che ci sono nell’interpretare in maniera corretta il territorio.

IBT: Il Collio è sicuramente una delle zone italiane più note per il vino di qualità e artigianalità: quali elementi distinguono questo territorio dal resto del mondo?

FS: Forse è vero, il Collio è una delle zone più favorevoli per la coltivazione della vite, per la sua posizione geografica posto tra le montagne e il mare; ci troviamo in vicinanza delle Prealpi Giulie che  costituiscono un riparo dai venti freddi del nord e in vicinanza della Costa Adriatica che  favorisce un clima mite e temperato. La vicinanza delle Alpi determina piogge abbondanti e la conformazione collinare comporta buone escursioni termiche tra il giorno e la notte. Queste condizioni favoriscono l’accumulo di zuccheri, pigmenti e sostanze aromatiche nelle uve che caratterizzano e rendono tipici i vini del Collio. La ventilazione è costante durante l’anno. In estate soffia il vento dell’est che mantiene il cielo pulito da nubi e abbassa il tasso dell’umidità. In una zona particolarmente piovosa come il Collio questo è essenziale per ridurre il rischio di malattie fungine.
Il fattore predominante per la qualità dei nostri vini è sicuramente la ponca; le colline nella nostra zona sono caratterizzate da terrazzamenti  composti da substrati di arenarie e arenarie-marnose, la cosiddetta ponca,  nostro termine locale, i suoli su ponca sono a ph alcalino e risultano più poveri chimicamente meno fertili, sottili e poco profondi, con un’alta percentuale di scheletro o pietre che con un buon drenaggio interno privo di ristagni idrici che consente un buon sviluppo dell’apparato radicale. Poiché lo strato di pietre è ben fratturato, le radici hanno possibilità di spingersi in profondità attraverso le fratture, assorbendo così i sali presenti nel sottosuolo. Questa struttura, chiamata appunto da noi ponca, garantisce un buon drenaggio delle acque, fondamentale soprattutto in un clima come il nostro caratterizzato da un regime di pioggia abbondante e da un’ottima circolazione dell’ossigeno nel suolo (infatti il colore della terra è tra l’ocra e il marrone, segno di ossidazione). Pertanto le vigne più vocate sono quelle poste più in alto dove la presenza della ponca è più importante.

IBT: Avendo apprezzato molto i vostri vini, quale è secondo lei il punto d’inizio migliore per conoscere la vostra produzione?

FS: Il migliore inizio è  sicuramente venire in cantina.

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