Il Barolo – 03 – La Storia

La Storia 

La storia del Nebbiolo è lunga e a tratti nebulosa: gli ampelografi, coloro che studiano la storia dell’uva e dei vitigni, riconducono anche tramite indagini del DNA l’origine di questa uva in Lombardia. Le prime testimonianze indirette arrivano da Plinio il Vecchio il quale, osservando e analizzando il vino di Pollenzo, riconobbe alcune caratteristiche che si possono accostare al Nebbiolo di oggi.

La prima denominazione vera e propria è posteriore, datando al 1268 un certo “nibiol” un particolare vino nella zona di Torino. Nel 1303 una nota di un produttore nel Roero parla di “nebiolo”, mentre l’anno successivo Pietro Crescenzi, giurista bolognese, nomina un vino composto da uva “nubiola”. Da quel momento in poi la strada è in discesa: una legge del 1400 di La Morra impone ai contadini di non tagliare il nebbiolo con altre uve per mantenere elevato il livello qualitativo di questo vino, comminando pene molto severe come il taglio della mano e l’impiccagione. 

iobevotanto - il barolo

Oggi il Nebbiolo è noto in tutto il mondo e il merito è anche del  popolo inglese, curioso verso nuovi vini che non fossero i soliti noti in patria, dando un certo rilievo al Nebbiolo durante il 1800, fino all’arrivo della fillossera che fece piazza pulita della maggior parte dei vigneti italiani ed europei. Da quel momento in poi la situazione si fece drammatica e solo di recente (intorno al 1960) alcuni produttori hanno avuto il coraggio di proporre il Barolo e il Barbaresco fuori dai confini italiani. All’epoca questo  vino era particolarmente intenso e tannico, esaltandone le ruvidezze e le durezze non certo gradite a tutto il mondo. I viticoltori ritenevano che fosse un vino talmente potente da meritare lustri e decenni in cantina prima della messa in commercio. Di certo il Barolo non è un vino di facile approccio, soprattutto nei primi anni di età, dove il tannino e l’acidità sono ben sopra la media e tendono a coprire la reale ampiezza del vino, sia olfattiva sia gustativa. La tecnica di viticoltura e la manutenzione della vigna hanno portato a vini maggiormente pronti, anche se è indubbio che un grande Barolo abbia bisogno di anni per esprimere il proprio potenziale al massimo. Come tanti appassionati nel mondo, una delle possibilità è l’acquisto di più bottiglie della stessa referenza per verificare con il passare degli anni la crescita del vino che, ricordo, continua a vivere in bottiglia. Spesso, nel caso del Barolo, ci si può trovare di fronte a vini con venti, trenta o più anni sulle spalle senza che il tempo passato abbia scalfito l’intensità e la bontà del prodotto nel bicchiere finale.

Torniamo virtualmente nel 1816, quando i Savoia tornano in Piemonte dopo il periodo napoleonico: in questo momento storico appare uno dei pilastri su cui si basa il Barolo di oggi, ovvero Camillo Benso Conte di Cavour. Nel 1832 infatti Camillo divenne conte di Grinzane (uno degli undici comuni del Barolo e oggi ribattezzato Grinzane Cavour). Di ampie vedute, Camillo pensò bene di occuparsi dell’economia locale andando a sviluppare anche il  comparto del vino. Cavour si accorse presto delle potenzialità del vino locale e si unì a Juliette Cobert, sposata con Carlo Tancredi Falletti di Barolo. I principi seguiti dalla viticoltura locale aderivano da pochi anni alle idee di Paolo Francesco Staglieno, nobile genovese, colui che pose le basi enologiche del nebbiolo secco dagli anni Trenta del 1800. 

Juliette ebbe un’influenza fondamentale nello sviluppo del nostro vino, fu anche una famosa filantropa a Torino e nelle Langhe, oltre ad avere una solida rete di contatti in tutta Europa, provenendo da famiglia nobile. Ben presto divenne Giulia di Barolo e si fece sponsorizzare da Vittorio Emanuele II di Savoia nella conquista delle tavole europee più importanti. Celebre il gesto che fece regalando quasi 200.000 litri di vino (325 carrà, ciascuna della capacità di circa 600 litri) a Carlo Alberto, padre di Vittorio Emanuele II e re di Sardegna. 

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Giulia di Barolo faceva applicare i metodi di Staglieno per la creazione di un vino unico, figlio di quell’uva, il Nebiolo, in precedenza meno ambita nella commercializzazione. Staglieno fu anche enologo delle tenute di Cavour tra gli anni  ’30 e ’40 e trasformò il vino Barolo da ciò che era, ovvero un rosso fresco e spesso frizzante, al monumento enologico che oggi conosciamo. In questo periodo si ebbe l’idea di far compiere la fermentazione al chiuso, nelle cantine, invece di avviare e concludere il processo all’aperto, nei cortili e nelle aie. La fillossera attese i primi decenni del 1900 per comparire in questa zona, andando a decimare i vigneti appena  prima della Seconda Guerra Mondiale, momento in cui la produzione ebbe una lunga sosta e ben poche gioie. Inoltre, le difficoltà tecniche legate alla coltivazione di Nebbiolo e le scarse rese hanno fatto propendere i viticoltori ad impiantare uve più resistenti e meno esigenti, con una resa quantitativa maggiore. 

Nota a margine: molti riportano un ruolo importante di Louis Oudart in questa parte del racconto ma, fatto salvo che il commerciante di vini fosse in qualche modo connesso con la commercializzazione del vino, non ci sono prove della sua vicinanza a Cavour o ai Marchesi di Barolo. Cavour non lo menziona nella propria corrispondenza e non ci sono altri documenti a riguardo, elemento verificato da Anna Riccardi Candiani, archivista, nel suo libro pubblicato da Slow Food sulla figura di Oudart.

Dopo la Seconda Guerra Mondiale si posero le basi per quel vino unico che tutto il mondo ci invidia: prima di tutto, negli anni ’60, molti contadini e viticoltori si misero in proprio, smettendo di cedere uva e vino a rivenditori e imbottigliatori, ma imponendo il  proprio nome in etichetta. In questo periodo iniziarono anche a spuntare bottiglie di Barolo con la denominazione della singola vigna, seguendo la prassi dei cru francesi, sottolineando l’importanza della micro-origine nei confronti del consumatore. Sorsero dunque tanti produttori, molti dei quali ancora attivi con le rispettive cantine e nuove generazioni all’opera. Non fu però facile trovare un denominatore comune tra chi rimaneva ancorato alla tradizione e chi invece avrebbe voluto un pubblico mondiale per i propri vini. 

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Tra gli anni ’70 e ’80 sorsero, anzi insorsero, i cosiddetti Barolo Boys, ovvero un gruppo di produttori che decise di cambiare le carte in tavola. Prima di tutto un rinnovamento generale della produzione: macerazione di qualche giorno invece di qualche settimana, fermentazione più breve, invecchiamento in botte meno consistente e con botti differenti dalle grandi botti di rovere utilizzate dalla generazione considerata anziana. Elio Altare, per sottolineare la cesura con il passato, prese la motosega e fece a pezzi le grandi botti del padre, preferendo barrique francesi e un procedimento più snello. Altare, Ceretto, Ratti, Cordero di Montezemolo, Chiara Boschis, Giorgio Rivetti e altri diedero vita a un movimento che rivoluzionò per sempre il Barolo e diede lustro al vino e al territorio in cui questo vino è prodotto. La tecnologia sviluppata in quegli anni fu fondamentale: estrazione del colore con le nuove tecniche invece di macerazioni lunghe e maggiormente gravose di tannini, così intensi da perdurare per decenni. Sui Barolo Boys esiste anche un film, un documentario che consiglio di vedere per farsi un’idea degli eventi. Un altro elemento da considerare è il gusto internazionale: negli Stati Uniti, sulla scia di alcuni critici enologici che avevano premiato vini potenti e legati alle note della barrique, questa tipologia di vini aveva conquistato il mercato, andando a influenzare anche produttori geograficamente lontani ma che avevano la volontà di essere premiati dai critici e dal pubblico straniero. Un modo per farsi riconoscere e per far apprezzare le doti di un prodotto che, nonostante l’alta qualità, fino a quel momento era poco noto e poco bevuto. Il gruppo dei Barolo Boys andò negli Stati Uniti e conquistò il mercato, in virtù anche degli ottimi punteggi e di un lavoro di squadra che non si fermava al viaggio di lavoro, quanto allo scambio di idee e opinioni sugli aspetti di produzione, vinificazione e commercializzazione, uno scambio che ha spianata lo strada al riconoscimento del Barolo come uno dei vini più importanti del mondo.

Oggi queste lotte tra modernisti e tradizionalisti non sono del tutto sopite, così come la perenne guerra (a parole) tra Barolo tradizionale e moderno, tra Barolo austero e tannico e Barolo elegante e raffinato, non per forza costretto a passare dieci o più anni in vetro, pena la morte del palato per colpa del tannino. Penso sia evidente a tutti come alcuni grandi vini, di cui il Barolo è solo un esempio, abbiano bisogno di anni per perfezionarsi e sviluppare del tutto il proprio potenziale, eppure i Barolo di oggi hanno una prontezza elevata rispetto a campioni del passato.