Il Barolo – 02 – Il Nebbiolo

Il Nebbiolo 

Nebbiolo, Chiavennasca, Picotendro, Spanna, Prunent: anche il nome di questa uva cambia in base alla zona di produzione, fermo restando che tanti cloni, geneticamente affini ma non identici, si sono persi nei secoli per la scarsa produttività o le malattie, fillossera in primis. 

L’origine del nome non è certa, le ipotesi sono molte: la vendemmia è tarda, spesso in concomitanza delle prime nebbie autunnali; la zona in cui prospera è spesso nebbiosa; l’acino si ricopre di un sottile strato di pruina, una sorta di polvere che caratterizza il colore esterno degli acini.

iobevotanto - il barolo

Oggi il Nebbiolo è consolidato in poche zone, circa 7000 ettari, la maggior parte delle quali in Italia: in Piemonte si trova in Langhe, Roero e Alto Piemonte (provincie di Novara e Vercelli) con 5500 ettari, in Lombardia si può trovare in Valtellina (provincia di Sondrio) con 800 ettari. Alcuni produttori della Valpolicella (Veneto) utilizzano anche il Nebbiolo per i propri vini e circa 50 ettari si trovano in Valle d’Aosta. Lessona e Bramaterra DOC sono due denominazioni della provincia di Biella che fanno uso di Nebbiolo, così come il Carema in provincia di Torino. Esistono appezzamenti in giro per il mondo: meno di un centinaio di ettari negli Stati Uniti (California, Oregon, Virginia, Washington), quasi 200 ettari in Messico, un centinaio di ettari in Australia e qualche traccia in Cile, Uruguay e Sud Africa.

Una differenza sostanziale tra le varie DOC e DOCG che producono Nebbiolo e invece le zone intorno ad Alba (Barolo, Barbaresco e Nebbiolo d’Alba) è l’utilizzo del vitigno in purezza: soprattutto in Alto Piemonte molti produttori uniscono nel blend altre uve, pratica che però si sta limitando molto, in quanto molte aziende tendono a privilegiare il Nebbiolo per cercare di accrescere la complessità del vino e la fama internazionale di questo vitigno.

Si parla di Nebbiolo, ma si deve specificare che sono utilizzate solo alcune sottovarietà dello stesso vitigno, varietà che prendono il nome di Michet,  Lampia e Rosé. Studi recenti sul DNA hanno inoltre dimostrato che il Michet è un Lampia affetto da virus, mentre il Rosè oggi è in disuso, preferendo le altre due sottovarietà nella produzione del Barolo. In assoluto la versione Lampia è la preferita dai viticoltori. Oggi si parla di un unico Nebbiolo quando si pensa al Barolo, ma alcuni produttori (sempre meno) riportano le percentuali di sottovarietà utilizzate per la definizione e costruzione dei propri vini sulle rispettive schede illustrative. 

Un produttore utilizza le viti a piede franco, ovvero non innestate su viti americane resistenti alla fillossera, l’afide che ha sostanzialmente distrutto i vigneti europei tra il 1850 e l’inizio del 1900: parliamo di Giuseppe Cappellano e del suo Barolo Otin Fiorin Piè Franco, opera di Teobaldo Cappellano e della volontà di impiantare viti a piede franco nel vigneto Gabutti a Serralunga d’Alba. Una follia rara.